mar 11
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Qualcuno ha notato che Capacità, Competenza e Cultura sono tutti termini “femminili”.
Da anni le agenzie statistiche riportano gli stessi dati. L’occupazione femminile in Italia è solo del 45,1% (Germania 60,2%- Francia 57,8%- Spagna 48,4% – Svezia 71,6%- Danimarca 72,8%) . i dati più recenti dell’Unione Europea mostrano che le donne guadagnano in media il 18% meno degli uomini, un divario che persiste nonostante sforzi fatti per eliminarlo. In generale il livello di partecipazione al mercato del lavoro è tra i più bassi d’Europa solo Malta e l’Ungheria presentano un livello di partecipazione inferiore a quello italiano. Si caratterizza l’Italia dal livello Europea non solo per una maggiore rigidità del mercato del lavoro ma anche per il fort gap di genere nel lavoro domestico e di cura. Se si considera la popolazione adulta (età compresa tra 20 e 74 anni) ,in Italia, in un giorno medio le donne dedicano al lavoro familiare 5h20’ più di tutte le donne europee e al meridione c’è un ulteriore incremento del tempo dedicato al lavoro in casa. Il gap di genere aumenta nel nostro Paese anche prendendo in considerazione ulteriori parametri che caratterizzano l’impegno all’interno della famiglia, motivo per il quale il ricorso al part time non aumenta l’occupazione femminile. Lo scarso sviluppo di politiche familiari è riconducibile al ricorso alle reti di solidarietà familiare e generazionale. La rete parentale ha dovuto sopperire alle carenze del sistema parenterale ma negli ultimi tempi la semplificazione dei nuclei familiari dovuti in parte a processi demografici che rendono urgenti misure politiche direttamente orientate al nucleo familiare.
Il nostro territorio provinciale soffre di disoccupazione femminile che nell’anno 2009 è stato il doppio di quello maschile: l’11,2% contro il 5.7%. Una percentuale questa che indica le persone che attivamente cercano un impiego senza trovarlo.
Esaminiamo ora molto brevemente il tasso di inattività provinciale. Una misura che indica le persone residenti in un territorio che non lavorano, anche per scelta (comprende infatti studenti e casalinghe) vede i maschi al 24.8%, le femmine al 50.1%: anche qui, quindi, il dato femminile corrisponde alla metà di quello maschile. Valori questi che indicano che l’occupazione femminile nel territorio della Provincia di Pescara è in grave sofferenza. Crisi o non crisi, c’è bisogno di una azione di rilancio e di valorizzazione.
Ben vengano iniziative come quelle promosse dai servizi per l’Impiego della Provincia di Pescara che si propongono di costituire un punto di riferimento sul territorio per tutto quello che concerne la problematica lavorativa delle donne. Il recente percorso formativo gratuito per la formazione di Assistenti Familiari, costituisce un esempio di politica sociale attiva
In questi ultimi giorni vivace il dibattito che vede protagoniste le donne nel bene e nel male si è passati da una immagine della “donna merce” a portare in Parlamento la proposta che introduce quote rosa a all’interno delle società quotate in borsa. Perché ora?.
Anche il Parlamento Europeo per una intera settimana si è occupato della merceficazione del corpo e di stipendi bassi. All’improvviso ci si è ricordati che le donne in Italia non hanno pari opportunità? E’ necessario che proprio le donne, mostrino una correttezza intellettuale che forse manca a gran parte della nostra classe dirigente. Una rivoluzione intellettuale e culturale è necessaria, indispensabile se non si vuol cadere nella facile dicotomia donna-sesso-potere. Dobbiamo essere testimoni, nella politica, sul posto di lavoro e tra le mura domestiche, di valori positivi. Trasmetterli in maniera attiva, con l’esempio. Non ci sono cattivi giovani, ci sono cattivi maestri.
La questione delle “quote rosa” è strumentalizzazione politica. Ennesimo tentativo di regolare per legge un atteggiamento culturale. Dobbiamo rivendicare, non la disparità di trattamento rispetto agli uomini, ma uguaglianza. Il principio del “miglior uomo per quel posto”, deve essere sostituito da un più corretto “il miglior candidato per quel posto”. C’è molto da fare in Italia. Le donne devono rivendicare le stesse opportunità degli uomini, non scorciatoie rosa. Ho la fortuna di poter portare qui, alla vostra attenzione un caso personale. Ho una figlia che presto partirà al seguito delle nostro Forze Armate impegnate nelle missioni di pace all’estero. Partirà non perché una donna. Andrà in missione perché è il miglior candidato per quel lavoro.
Eppure è stata necessaria una legge (n. 903 del 9.12.1977) perché nel mondo del lavoro non ci fosse discriminazione. Dopo 34 anni dalla legge nella realtà di tutti i giorni le donne faticano ancora molto a farsi strada nel mondo del lavoro. La nostra condizione di moglie, madre e spesso figlia ci porta ad avere spesso responsabilità diverse, che fanno dubitare un mondo controllato da uomini, della nostra capacità di gestire i nostri molteplici impegni.
Abbiamo dovuto attendere quasi quarant’anni perché una direttiva sanzionasse i datori di lavori che discriminano le lavoratrici, solo perché forse un giorno potrebbero diventare mamme. Facciamo più fatica ad affermarci perché il nostro Paese non è a misura della famiglia. Mancano quegli strumenti che ci consentono ad esempio, di avere asili nido nei posti di lavoro, di avere flessibilità nel lavoro, di avere la possibilità di assistere gli anziani. Invece la nostra classe dirigente, la stessa che ora si è ricordata dell’universo femminile che lavora seriamente e non balla sui tavoli modificando termini pensionistici per le donne. Imponendo il diktat: “dobbiamo allinearci all’Europa”. Vorrei che fossimo in Europa davvero. Sapete cosa accade in Germania per il pensionamento delle donne?
Per ogni bambino vengono conteggiati 3 anni del cosiddetto ‘periodo per l’educazione dei figli.’. Questi anni vengono valutati al come se la donna avesse lavorato per tutto il tempo. Con 2 figli è già sufficiente a raggiungere il requisito minimo per avere diritto alla pensione, che è di 5 anni.
Quando si accettano le quote rosa come fossimo indiani da confinare nella riserva, capitoliamo difronte alla intelligenza , alla capacità, alla competenza alla cultura, che non hanno sesso.
Rinnovo in questa sede l’impegno del sindacato che mi ha eletta segretaria provinciale per far emergere quelle sacche di lavoro nero che proprio nell’ambito dell’assistenza familiare trovano terreno fertile.
Non faremo certo mancare mai l’aiuto concreto alle famiglie che hanno in carico l’assistenza di un proprio caro non autosufficiente.
A quei cittadini che nel lavoro non trovano una ragione di riscatto sociale, ricordo che non esiste peggiore schiavitù che quella che passa attraverso lo sfruttamento della persona, per combattere questo non esiterò mai a schierare la nostra UTL in prima linea.
SEGRETARIO PROVINCIALE UGL PESCARA

